venerdì, 30 maggio 2008

Da “I miei racconti sulla stradaWho is the loser?

 

Alla fermata dell’autobus c’è un fiore che nasce di prepotenza da dentro il cemento del marciapiede, un ragazzino guarda rapito un suo compagno che racconta, poi distoglie lo sguardo verso il fiore, forse vuole schiacciarlo.

Quando avevo dodici anni, lo guardavo con ammirazione. Nel quartiere c’era lui, il resto erano replicanti senza luce. Il modo di camminare, il taglio di capelli, il linguaggio e la voce. Superiore, niente da fare. Portava gli abiti americani più alla moda, tutto doveva essere americano, non capivo bene il perché. Mio padre era per una via di mezzo anglosassone, il che spesso mi rendeva troppo preciso e anonimo; io vi  ponevo maldestramente rimedio da solo.

Lui aveva un fratello maggiore, un vero duro, passava in moto sfrecciando per le strade del quartiere, noi lo guardavamo e pensavamo ai guerrieri della notte un film che non avevamo visto, ma di cui alcuni avevano raccontato. Lui era piccolo come me, ma era un duro. Non ho mai capito come si diventa un duro, non c’è una risultante certa. C’è chi dice che devi pestare qualcuno di più grosso di te, chi qualcuno di più cattivo, chi dice che devi pestare e basta. Faceva presa con le ragazze, questo è sicuro. Aveva ragazze carine, le più carine, questo è un dato. Una pochi anni dopo è diventata eroinomane, già, ha smesso di essere carina molto presto, ora è uno scricciolo rugoso e indifeso. Ne ho viste più di una perdersi così, ne ho viste altre invertire il destino e tornare dall’aldilà e riuscire a riprendersi il sorriso e calpestare prati fioriti. Comunque lui non l’avevo mai visto battersi, la sua aura si batteva per lui. Suo fratello, poi, era la sua polizza assicurativa. Ci conoscevamo, giocavamo anche insieme, ma non eravamo amici; i suoi amici erano altri, erano quelli che avevano un richiamo, una parola d’ordine, un codice che io non possedevo. E’ durata poco la strada parallela, poi incroci e biforcazioni, lunghe circonvallazioni e ormai orbite lontane.

Alla fermata dell’autobus c’è un venditore di giornali sud americano che parla in tono cordiale con una vecchia signora. Io aspetto al freddo, odio prendere i mezzi pubblici, sembrano prolungare l’attesa e già la vita è tutta un’attesa.

Vicino a me due studenti si baciano rapaci prima del saluto, chissà quando si rivedranno.

Una zingara biascica parole incomprensibili chiedendo l’elemosina, l’unica cosa che capisco è “per favore”.

Arriva il mio, mi appresto a salire e una folla assatanata si precipita alla porta, un attimo ed ecco che iniziamo a salire.

Un anziano con un borsalino in testa dà un ultimo tiro alla sigaretta incurvata con una tale voracità come se aspirasse l’ultima boccata di vita prima della morte e forse è proprio così.

Mentre salgo mi viene in mente un pezzo dei Fraternity of man il cui ritornello fa “don’t Bogart that joint my friend” e la cosa che m’interessa non è il joint, ma il bogart, non fumare come Bogart, cioè con la sigaretta pendula e biascicata tra le labbra. Mio nonno, da piccolo ricordo che mio nonno fumava così.

L’autobus parte fra gli scossoni, c’è una puzza insopportabile, cerco di muovermi a zig zag fra le persone e i fagotti in un gioco di pressioni e sguardi torvi. Lo spazio mi si apre vicino al conducente, mi appoggio ad un passamano, guardo fuori il traffico grigio della città. Alla fermata successiva devo spostarmi di nuovo ed è lì che vedo lui. Già, lui guida l’autobus. Mi ci vuole un po’ per metterlo a fuoco perché ora sembra mio padre. Ma è lui, lo riconosco da alcuni brevi gesti che ha portato con sè da un passato di gloria. Lo osservo, così muto e solo nella sua uniforme, mentre si china affaticato nel guidare quell’enorme mezzo. Non parlare al conducente, ma io lo chiamo lo stesso, quasi timidamente. Si volta e mi saluta con buon calore, sento che in quel saluto c’è ancora una presa, una forza da esercitare, non con me, non più, ma con altri sì. Scambiamo brevi frasi, le solite cose. Lo vedo lì e penso che ha perso. Mi chiedo se lo capisce. Poi mi chiedo se ho perso io. Scende alla mia fermata, ha finito il turno, gli chiedo se ha voglia di farsi una birra. Mi piace vedermelo accanto, con quella sua camminata sporca e la fottuta uniforme, proprio fottuta deve pensare, entriamo in un bar del centro e la tizia di là dal bancone ci sgocciola addosso un bel sorriso, niente male. Le luci fuori illuminano l’aria, la musica è buona, non ci sono tizi da pestare e se c’è qualcuno che ha perso è la vita per intera.

 

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martedì, 26 febbraio 2008

SHOAH  è considerato sia sul piano storico che cinematografico l’opera più importante sulla tragedia ebraica. 566 minuti ma non spaventatevi.

Il suo autore, Claude Lanzmann è un personaggio davvero notevole. Parigino, ha 83 anni. E’ stato fra gli organizzatori della resistenza francese prima nel suo liceo, durante il governo collaborazionista di Vichy, poi partecipando alle azioni partigiane nell’Auvergne. Ha ricevuto un’infinità di onorificenze sia in Francia che in altri paesi. E’ dottore honoris causa  in Filosofia all’Università ebraica di Gerusalemme. Nei primi anni 50 conosce Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir dall’amicizia nasce una collaborazione che lo porterà alla direzione della rivista Les Temps modernes. In questi anni scrive saggi e fa reportage.

Le sue indagini nascono da una assoluta libertà di pensiero. Che lo porta dall’impegno anticolonialista (è uno dei firmatari del Manifesto dei 121 contro la repressione in Algeria) al suo appoggio a Israele. Ciò nonostante è capace, caso unico per quei tempi, di dare la possibilità ad arabi e israeliani di esporre insieme le loro ragioni, in un numero speciale sul conflitto arabo israeliano di oltre 1000 pagine della rivista Les Temps modernes.

Dal 1970 il cinema diventa il suo mezzo di racconto e ricerca. Inizia con Porquoi Israel cercando di spiegare le sue apparenti contraddizioni e raccontando Israele senza filtri.

Dalla seconda metà del 1974 inizia a lavoare a SHOAH, il suo progetto più ambizioso che avrà una durata di 11 anni, uscirà per il pubblico nel 1985.

Se i cineoperatori di Combat Film erano gli osservatori di una sorta di sceneggiato catastrofico sulla guerra in movimento a tratti esclusivamente propagandistico, Lanzmann usa la cinepresa per indagare nei meandri del genocidio ebraico senza spettacolarizzazioni, il macabro per immagini è assente, non c’è un cadavere, nessuna scena di ecce omini vaganti, di corpi in putrefazione.  

SHOAH  sono povere case di campagna, boschi e neve, gracchiare di corvi e qualche rovina, silenzio e bruma, binari e contadini affaticati, ma ci sono soprattutto i volti, gli sguardi e le voci che raccontano partecipando a creare l’emozione del tutto. La telecamera a spalla, con inquadrature secche e impietose li scruta, li penetra, alla ricerca solo del vero, anche per minuti, nel silenzio di un pianto o di durezze liquide.

Lo spettatore s’incammina  lentamente e lentamente si trova li in mezzo, in mezzo a quel verde, quel silenzio, quel paesaggio identico a quarant’anni prima, complice l’arretratezza così netta del blocco sovietico nel momento in cui fu girato il film. Ci si trova quasi spalla a spalla a Lanzman mentre pone le sue domande a vittime, carnefici, spettatori della bestialità umana, arrivare alla profondità è il suo unico scopo,  illuminare quelle sensazioni incancellabili che i sopravvissuti o i semplici spettatori dei villaggi adiacenti ai campi hanno vissuto, il tutto in un ambiente cristallizzato, una società rurale, lenta, nebbiosa ,scarsamente popolata, campagne polacche, cecoslovacche, dimenticate, inesistenti se non per quel momento di lucida follia della storia.

Lo spettatore lentamente rimane come strangolato da quelle immagini, le immagini dell’orrore che non ci sono, ma che si costruiscono dentro ancora più potenti, grazie al racconto, ai particolari fissati per sempre come uncini nella memoria di questi uomini che ti chiedi come abbiano resistito.

Simone de  Beauvoir “…un’immaginabile mescolanza di orrore e bellezza…”

 

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martedì, 05 febbraio 2008

68 Musica

Quest'anno si parlerà molto di 68, delle "meglio gioventù" che lo hanno attraversato come un frullatore giocoso di esperienze, di vite aguzze, di amori deformabili, e morti divine. Tanti "dreamers" che all'alba della "società dello spettacolo", Guy Debord santo subito, hanno potuto assaporare fra le altre, anche una meravigliosa stagione musicale immersa fra il genere cantautoriale impegnato, e il rock in una delle sue fasi più alte di magmatica libertà. C'erano ancora tutti, chi nel pieno chi in fase nascente, dagli Stones ai Doors, dai Beatles alla Joplin, a Hendrix, Dylan, Clapton... Ma eccolo il 68 rock. Partiamo con alcuni debutti "interessanti": i Jethro Tull partoriscono il loro primo lavoro This Was, gli Stooges dell'iguana Iggy Pop progenitori del Punk, fanno il loro ingresso sulla scena a Detroit. Nascono i grandi Led Zeppelin, dopo che sciolti gli Yardbirds Jimmy Page insieme a John Paul Jones, John Bonham e Robert Plant ne aveva mantenuto il nome, tentando con The new Yardbirds. Muovono i primi passi i Soft Machine di Robert Wyatt. Esordisce il gruppo preferito da Jeff Lebowsky i temibili Credence Clearwater Revival. I Kinks dei fratelli Davies pubblicano la rock-opera The villane green preservation society. Esce Astral weeks di Van Morrison. A Broadway grande debutto del musical pacifista Hair che fa scandalo per le sue scene di nudo integrale. I Pink Floyd iniziano l'addio a Syd Barret i cui problemi mentali si fanno sempre più preoccupanti, è l'esordio della chitarra di David Gilmour che affiancherà Barret per poi sostituirlo definitivamente. La Summer of love del 1967 aveva dato inizio all'epoca dei grandi raduni con il californiano Monterey pop festival, il 1968 vede il grande successo del festival dell'isola di Wight in Inghilterra con la partecipazione di migliaia di beatnik. Insomma è un tripudio di note e novità, di Vietnam e decadentismo, di politica e cultura. Il poeta beat Allen Ginsberg già maturo, scrisse vivendo quel periodo "Noi siamo tutti dei personaggi transitori. Noi teniamo troppo del passato per essere avvenire. Ora ci eclisseremo per far posto alle genti cui appartengono veramente l'avvenire e la nuova società" Sic!


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giovedì, 31 gennaio 2008

INTO THE WILD

Due parole per dire che ieri sera con amici abbiamo visto Into the wild, l'ultimo film di Sean Pen. C'era una certa attesa per questa pellicola, ma ne siamo rimasti tutti sostanzialmente delusi. Into the wild è la storia vera di un ragazzo apparentemente in cerca della libertà assoluta che in realtà si muove sul filo del suicidio, in fuga dalla famiglia autoritaria e miope dalla quale si sente truffato nei valori e nell' amore. Dopo 2 anni di francescano pellegrinare fra deserto e montagna, senza alcun contatto con i suoi disperati familiari, troverà la sua fine triste e solitaria. Film di stampo hyppies naturalistico, bella fotografia stile National Geographic con gli spazi immensi e contrastanti dell'america in primo piano, ci propone il tema dell'isolamento, il bastare a se stessi, la natura selvaggia e i suoi meccanismi ingovernabili come unica compagna. Ciò nonostante l'uomo non rimane sullo sfondo anche se sempre o quasi visto come causa di guasti, più psicologici che fisici. Comunque visto che in un modo o in un altro siamo sempre soli al mondo, facciamocela amica la solitudine, proviamo a cercarne la complicità. Ma proprio la solitudine esce sconfittà, l'uomo è animale sociale, i momenti di maggior interesse sono quando Supertramp (già, così si ribattezza dopo sua rottura con il passato) scambia con altre vite, ci fa osservare esistenze diverse. Il tentativo di fare della solitudine la compagna ideale in comunione con la natura fallisce miseramente, perche anche le meraviglie del mondo appaiono meno luccicanti se non le condividi con qualcuno. Il ragazzo alla fine lo capisce, ma quando è troppo tardi. Sinceramente la trattazione dei temi portanti appare banale e scontata, forse vale la pena leggere il libro di John Krakauer (ho apprezzato il suo Aria Sottile) che ha raccontato la storia vera di Christopher McCandless. Imperdibile la colonna sonora di Eddie Vadder                                              

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