Da “I miei racconti sulla strada” Who is the loser?

Alla fermata dell’autobus c’è un fiore che nasce di prepotenza da dentro il cemento del marciapiede, un ragazzino guarda rapito un suo compagno che racconta, poi distoglie lo sguardo verso il fiore, forse vuole schiacciarlo.
Quando avevo dodici anni, lo guardavo con ammirazione. Nel quartiere c’era lui, il resto erano replicanti senza luce. Il modo di camminare, il taglio di capelli, il linguaggio e la voce. Superiore, niente da fare. Portava gli abiti americani più alla moda, tutto doveva essere americano, non capivo bene il perché. Mio padre era per una via di mezzo anglosassone, il che spesso mi rendeva troppo preciso e anonimo; io vi ponevo maldestramente rimedio da solo.
Lui aveva un fratello maggiore, un vero duro, passava in moto sfrecciando per le strade del quartiere, noi lo guardavamo e pensavamo ai guerrieri della notte un film che non avevamo visto, ma di cui alcuni avevano raccontato. Lui era piccolo come me, ma era un duro. Non ho mai capito come si diventa un duro, non c’è una risultante certa. C’è chi dice che devi pestare qualcuno di più grosso di te, chi qualcuno di più cattivo, chi dice che devi pestare e basta. Faceva presa con le ragazze, questo è sicuro. Aveva ragazze carine, le più carine, questo è un dato. Una pochi anni dopo è diventata eroinomane, già, ha smesso di essere carina molto presto, ora è uno scricciolo rugoso e indifeso. Ne ho viste più di una perdersi così, ne ho viste altre invertire il destino e tornare dall’aldilà e riuscire a riprendersi il sorriso e calpestare prati fioriti. Comunque lui non l’avevo mai visto battersi, la sua aura si batteva per lui. Suo fratello, poi, era la sua polizza assicurativa. Ci conoscevamo, giocavamo anche insieme, ma non eravamo amici; i suoi amici erano altri, erano quelli che avevano un richiamo, una parola d’ordine, un codice che io non possedevo. E’ durata poco la strada parallela, poi incroci e biforcazioni, lunghe circonvallazioni e ormai orbite lontane.
Alla fermata dell’autobus c’è un venditore di giornali sud americano che parla in tono cordiale con una vecchia signora. Io aspetto al freddo, odio prendere i mezzi pubblici, sembrano prolungare l’attesa e già la vita è tutta un’attesa.
Vicino a me due studenti si baciano rapaci prima del saluto, chissà quando si rivedranno.
Una zingara biascica parole incomprensibili chiedendo l’elemosina, l’unica cosa che capisco è “per favore”.
Arriva il mio, mi appresto a salire e una folla assatanata si precipita alla porta, un attimo ed ecco che iniziamo a salire.
Un anziano con un borsalino in testa dà un ultimo tiro alla sigaretta incurvata con una tale voracità come se aspirasse l’ultima boccata di vita prima della morte e forse è proprio così.
Mentre salgo mi viene in mente un pezzo dei Fraternity of man il cui ritornello fa “don’t Bogart that joint my friend” e la cosa che m’interessa non è il joint, ma il bogart, non fumare come Bogart, cioè con la sigaretta pendula e biascicata tra le labbra. Mio nonno, da piccolo ricordo che mio nonno fumava così.
L’autobus parte fra gli scossoni, c’è una puzza insopportabile, cerco di muovermi a zig zag fra le persone e i fagotti in un gioco di pressioni e sguardi torvi. Lo spazio mi si apre vicino al conducente, mi appoggio ad un passamano, guardo fuori il traffico grigio della città. Alla fermata successiva devo spostarmi di nuovo ed è lì che vedo lui. Già, lui guida l’autobus. Mi ci vuole un po’ per metterlo a fuoco perché ora sembra mio padre. Ma è lui, lo riconosco da alcuni brevi gesti che ha portato con sè da un passato di gloria. Lo osservo, così muto e solo nella sua uniforme, mentre si china affaticato nel guidare quell’enorme mezzo. Non parlare al conducente, ma io lo chiamo lo stesso, quasi timidamente. Si volta e mi saluta con buon calore, sento che in quel saluto c’è ancora una presa, una forza da esercitare, non con me, non più, ma con altri sì. Scambiamo brevi frasi, le solite cose. Lo vedo lì e penso che ha perso. Mi chiedo se lo capisce. Poi mi chiedo se ho perso io. Scende alla mia fermata, ha finito il turno, gli chiedo se ha voglia di farsi una birra. Mi piace vedermelo accanto, con quella sua camminata sporca e la fottuta uniforme, proprio fottuta deve pensare, entriamo in un bar del centro e la tizia di là dal bancone ci sgocciola addosso un bel sorriso, niente male. Le luci fuori illuminano l’aria, la musica è buona, non ci sono tizi da pestare e se c’è qualcuno che ha perso è la vita per intera.






