lunedì, 23 febbraio 2009

IL LAVORATORE CHE SERVE

 

Qual è il lavoratore che serve alla moderna impresa? L’impresa vuole un lavoratore che non abita troppo distante dal luogo di lavoro. Ma che quella distanza sia sempre rinegoziabile che sia capace di mobilità, cambiando paese o città. L’impresa vuole che non abbia il peso di una moglie o di un marito o dei figli, perché tutto ciò significa scuola, mutuo, radici. Il lavoratore ideale non ha vincoli affettivi ed evita di crearseli, deve essere pronto a riadattarsi, ad assolvere nuovi compiti accettando nuove priorità che coincidono con quelle dell’azienda. Deve evitare qualsiasi attitudine abitudinaria. La sua vita non ha importanza, la sua vita deve essere svuotata fino alla percezione di non averne una,  di muoversi in una pseudo-vita riempita nei suoi piccoli interstizi pre e post lavoro di momenti che evitano approfondimenti personali e interpersonali che evitano qualsiasi analisi introspettiva, ma che siano capaci di alimentare identificazione, spirito di sacrificio,  fedeltà, legame indissolubile, quasi religioso con il suo datore di lavoro. E’ la dipendenza.

La pseudo vita deve essere ricca di niente. E’ la logica del fast food a pranzo e dell’aperitivo la sera. E’ una logica che deve automatizzare il processo mentale mettendo al primo posto l’azienda, il diretto superiore, è la logica che vede l’azienda come educatrice, capace di far raggiungere surrogati di status, sotto forma di piccoli beni di consumo fintamente elitari a loro volta generati dallo stesso mercato in cui l’impresa opera. Fast food e aperitivo a 30, 40, 50 anni poi l’utilità e la produttività scemano, l’aspetto esteriore e le sinapsi si deteriorano e avviene la rottamazione che deve avere forme non lamentose e ovviamente senza l’apertura di  contenziosi. Così a questi lavoratori quasi sempre impiegati o quadri intermedi restano una bella borsa firmata, un abito carino nell’armadio, un paio di gioielli, tutti acquisti usati  e agiti per colmare mancanze e essere visibili nella lotta dei simboli per essere socialmente riconosciuti. Il lavoro capillare viene fatto a livello mentale, con lo svuotamento della coscienza e il riempimento attraverso il fun, l’intrattenimento,  il sesso,  la televisione, la pubblicità per creare un’umanità ipercinetica e frivola che non s’interroga su niente, che è disabituata al pensiero e alla codificazione dei sentimenti, perché gli affetti sono una zavorra, un impedimento, una diacronia del meccanismo e intanto la vita è finita.

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lunedì, 23 febbraio 2009

 

PER CHI LAVORA E’ CRISI NON RECESSIONE

Crisi Economica o Recessione. Anche se ogni definizione è di per se una limitazione concettuale, è chiaro stiamo vivendo una crisi del sistema che è globale per sua definizione. Ogni settore ne è toccato, ogni forma di produzione, ogni mercato mondiale.

Gli interrogativi sono molti. Torneremo a produrre merci in questo paese? Quando qui chiudiamo un’azienda e s’interrompe la produzione poi questa se riprenderà dove lo farà? Ora le imprese, quelle solide non quelle picaresche, hanno quasi sempre un approccio darwiniano al problema. sapendo che dove c’è crisi si creano due tipi di selezione: una industriale e una umana.

La selezione industriale fa si che i sopravvissuti  siano i migliori (dicono loro), spesso non per meriti propri, ma ad esempio per l’aiuto dello Stato. Per i sopravvissuti i mercati si allargano e si possono fare acquisizioni di aziende moribonde a buon prezzo. La crisi serve anche per fare selezione umana, ridurre i costi tagliando teste, va da se che i primi a cadere sono i contratti a termine, ma si può anche eliminare il personale scomodo che ormai è divenatato quello con il contratto a tempo indeterminato, che poi in caso di bisogno si può sostituire con forme di contratto flessibili, meno costose, introdotte dalla Legge.30.

Appare chiaro che il lavoratore dipendente è il più indifeso. Se l’impresa va bene guadagna sempre lo stesso salario, non può influire sulle strategie dell’impresa se questa decide di non reinvestire nell’azienda l’utile prodotto e magari opti per speculazioni finanziarie di varia natura, un esempio d’attualità è il cambio di destinazione d’uso di aree industriali per riconvertirle in aree edificabili con buona pace dei lavoratori. E’ quindi il lavoratore che paga per primo le scelte errate del management e spesso le paga due volte, cioè contribuisce di tasca propria anche alla sopravvivenza stessa dell’impresa, perché l’intervento dello Stato non è altro che l’intervento degli stessi cittadini/lavoratori che vedranno conseguentemente diminuire a proprio scapito i servizi offerti da un’amministrazione pubblica impoverita.

L’impresa oggi non si qualifica più per il suo rapporto con il lavoro e il lavoratore esce da questi ultimi anni come estremamente indebolito, quasi con un drammatico salto temporale all’indietro nei diritti e nelle possibilità di essere capace d’incidere sulle scelte economiche. Da qui l’importanza di tornare a qualificare il lavoro e di proteggerlo. Serve un aumento del salario attraverso lo strumento della contrattazione nazionale, servono ammortizzatori sociali veri ed efficaci, serve combattere la Legge 30 proprio nella sua filosofia che è tale da non creare prospettive di sviluppo civili per un paese che vuole crescere. Serve uno stato sociale più efficiente e attento alle esigenze di chi ha bisogno. Questa battaglia dovrebbe vedere impegnati il sindacato, i lavoratori, le associazioni di consumatori e le forze politiche di sinistra capaci di leggere tutti i limiti del liberismo che mai come in questi anni in cui ha agito come sistema unico ci ha mostrato.
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mercoledì, 04 febbraio 2009
Adesso è necessario un impegno unitario della sinistra per la difesa della democrazia.

 

L’accordo tra PD e PdL  sulla legge elettorale per le europee con lo sbarramento del 4% tenta di impedire,  approfittando anche delle colpevoli divisioni dalla sinistra, che centinaia di migliaia di cittadini abbiano una rappresentanza democratica; è un atto di killeraggio politico che va al di là specifica scadenza elettorale; peraltro tale scelta si aggiunge alle posizioni assunte dagli esponenti del PD rispetto alla CGIL, alla questione morale, al federalismo,alla scuola , ecc.

La Direzione nazionale di SD ha dato una chiara indicazione per una ferma risposta a tale scippo di democrazia; noi iscritti a SD auspichiamo che ora la sinistra tutta metta da parte ogni  polemica e soprattutto la sua vocazione per le divisioni interne e   riesca a trovare una spinta unitaria non solo per il rilancio di una politica di sinistra, ma, a questo punto, per difendere la democrazia nel nostro Paese.

Tale esigenza ,assolutamente prioritaria, richiede però una doverosa precisazione in merito alla scelta delle primarie di coalizione anche per evitare per l’avvenire il ripetersi di equivoci e malintesi. Dobbiamo difatti ribadire che la scelta di partecipare alle primarie di coalizione non è stata preventivamente discussa nei circoli di Sinistra Democratica; ma soprattutto non possiamo non ribadire, anche alla luce dei comportamenti del PD,il giudizio negativo sulla scelta di un accordo a priori con il PD;ciò premesso, siamo anche noi fermamente convinti che  SD debba  proporsi l’obiettivo primario di una larga aggregazione della sinistra; l’Associazione " Per la Sinistra" è certamente  un passo importante in tale direzione; peraltro a Firenze nella stessa direzione ci sono da tempo altre interessanti esperienze che testimoniano come l'unita  della sinistra sia una esigenza largamente diffusa.

A questo punto, preso atto dell' evidente difficoltà  di continuare un’alleanza con il PD (peraltro un minimo di logica rende palesemente contraddittoria  e difficilmente comprensibile una campagna elettorale per le elezioni di giugno per l’alleanza con il PD per il Comune e Provincia e nello stesso tempo per un voto alternativo al PD per le europee), riteniamo che sia necessario recuperare il tempo perduto e costruire subito con un percorso partecipato ed aperto al confronto con tutte le forze della sinistra (organizzate e non ) per definire un programma per Firenze e nello stesso tempo lavorare tutti nelle diverse realtà per una sinistra non subalterna, ma con un proprio ruolo autonomo e propositivo.

Ci auguriamo che, pur con le diverse sensibilità che certamente ci sono , ma con uno spirito unitario e rigorosamente rispettoso delle regole democratiche, si possa rilanciare il ruolo di SD nella prospettiva di una sinistra unita ed in grado di contrastare le tentazioni autoritarie ed egemoniche da qualsiasi parte provenienti.

.Massimo Bertolà, Sebastiano Busia, Salvatore Cingari, Pino Comanzo, Luciano De Carli, Jacopo Landi, Enrico Lauricella, Corrado Mauceri,Siliano Mollitti,Federico Perioli,Susetta Salucci,Anna Soldani, Gisancarlo Tomassini, Gianfranco Tomassini.

 

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