IL LAVORATORE CHE SERVE
Qual è il lavoratore che serve alla moderna impresa? L’impresa vuole un lavoratore che non abita troppo distante dal luogo di lavoro. Ma che quella distanza sia sempre rinegoziabile che sia capace di mobilità, cambiando paese o città. L’impresa vuole che non abbia il peso di una moglie o di un marito o dei figli, perché tutto ciò significa scuola, mutuo, radici. Il lavoratore ideale non ha vincoli affettivi ed evita di crearseli, deve essere pronto a riadattarsi, ad assolvere nuovi compiti accettando nuove priorità che coincidono con quelle dell’azienda. Deve evitare qualsiasi attitudine abitudinaria. La sua vita non ha importanza, la sua vita deve essere svuotata fino alla percezione di non averne una, di muoversi in una pseudo-vita riempita nei suoi piccoli interstizi pre e post lavoro di momenti che evitano approfondimenti personali e interpersonali che evitano qualsiasi analisi introspettiva, ma che siano capaci di alimentare identificazione, spirito di sacrificio, fedeltà, legame indissolubile, quasi religioso con il suo datore di lavoro. E’ la dipendenza.
La pseudo vita deve essere ricca di niente. E’ la logica del fast food a pranzo e dell’aperitivo la sera. E’ una logica che deve automatizzare il processo mentale mettendo al primo posto l’azienda, il diretto superiore, è la logica che vede l’azienda come educatrice, capace di far raggiungere surrogati di status, sotto forma di piccoli beni di consumo fintamente elitari a loro volta generati dallo stesso mercato in cui l’impresa opera. Fast food e aperitivo a 30, 40, 50 anni poi l’utilità e la produttività scemano, l’aspetto esteriore e le sinapsi si deteriorano e avviene la rottamazione che deve avere forme non lamentose e ovviamente senza l’apertura di contenziosi. Così a questi lavoratori quasi sempre impiegati o quadri intermedi restano una bella borsa firmata, un abito carino nell’armadio, un paio di gioielli, tutti acquisti usati e agiti per colmare mancanze e essere visibili nella lotta dei simboli per essere socialmente riconosciuti. Il lavoro capillare viene fatto a livello mentale, con lo svuotamento della coscienza e il riempimento attraverso il fun, l’intrattenimento, il sesso, la televisione, la pubblicità per creare un’umanità ipercinetica e frivola che non s’interroga su niente, che è disabituata al pensiero e alla codificazione dei sentimenti, perché gli affetti sono una zavorra, un impedimento, una diacronia del meccanismo e intanto la vita è finita.



