
SHOAH è considerato sia sul piano storico che cinematografico l’opera più importante sulla tragedia ebraica. 566 minuti ma non spaventatevi.
Il suo autore, Claude Lanzmann è un personaggio davvero notevole. Parigino, ha 83 anni. E’ stato fra gli organizzatori della resistenza francese prima nel suo liceo, durante il governo collaborazionista di Vichy, poi partecipando alle azioni partigiane nell’Auvergne. Ha ricevuto un’infinità di onorificenze sia in Francia che in altri paesi. E’ dottore honoris causa in Filosofia all’Università ebraica di Gerusalemme. Nei primi anni 50 conosce Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir dall’amicizia nasce una collaborazione che lo porterà alla direzione della rivista Les Temps modernes. In questi anni scrive saggi e fa reportage.
Le sue indagini nascono da una assoluta libertà di pensiero. Che lo porta dall’impegno anticolonialista (è uno dei firmatari del Manifesto dei 121 contro la repressione in Algeria) al suo appoggio a Israele. Ciò nonostante è capace, caso unico per quei tempi, di dare la possibilità ad arabi e israeliani di esporre insieme le loro ragioni, in un numero speciale sul conflitto arabo israeliano di oltre 1000 pagine della rivista Les Temps modernes.
Dal 1970 il cinema diventa il suo mezzo di racconto e ricerca. Inizia con Porquoi Israel cercando di spiegare le sue apparenti contraddizioni e raccontando Israele senza filtri.
Dalla seconda metà del 1974 inizia a lavoare a SHOAH, il suo progetto più ambizioso che avrà una durata di 11 anni, uscirà per il pubblico nel 1985.
Se i cineoperatori di Combat Film erano gli osservatori di una sorta di sceneggiato catastrofico sulla guerra in movimento a tratti esclusivamente propagandistico, Lanzmann usa la cinepresa per indagare nei meandri del genocidio ebraico senza spettacolarizzazioni, il macabro per immagini è assente, non c’è un cadavere, nessuna scena di ecce omini vaganti, di corpi in putrefazione.
SHOAH sono povere case di campagna, boschi e neve, gracchiare di corvi e qualche rovina, silenzio e bruma, binari e contadini affaticati, ma ci sono soprattutto i volti, gli sguardi e le voci che raccontano partecipando a creare l’emozione del tutto. La telecamera a spalla, con inquadrature secche e impietose li scruta, li penetra, alla ricerca solo del vero, anche per minuti, nel silenzio di un pianto o di durezze liquide.
Lo spettatore s’incammina lentamente e lentamente si trova li in mezzo, in mezzo a quel verde, quel silenzio, quel paesaggio identico a quarant’anni prima, complice l’arretratezza così netta del blocco sovietico nel momento in cui fu girato il film. Ci si trova quasi spalla a spalla a Lanzman mentre pone le sue domande a vittime, carnefici, spettatori della bestialità umana, arrivare alla profondità è il suo unico scopo, illuminare quelle sensazioni incancellabili che i sopravvissuti o i semplici spettatori dei villaggi adiacenti ai campi hanno vissuto, il tutto in un ambiente cristallizzato, una società rurale, lenta, nebbiosa ,scarsamente popolata, campagne polacche, cecoslovacche, dimenticate, inesistenti se non per quel momento di lucida follia della storia.
Lo spettatore lentamente rimane come strangolato da quelle immagini, le immagini dell’orrore che non ci sono, ma che si costruiscono dentro ancora più potenti, grazie al racconto, ai particolari fissati per sempre come uncini nella memoria di questi uomini che ti chiedi come abbiano resistito.
Simone de Beauvoir “…un’immaginabile mescolanza di orrore e bellezza…”










