«Assomiglia molto a quello che è successo ai neri del Sudafrica. Ho visto l'umiliazione dei palestinesi ai check points e ai blocchi stradali, soffrivano come noi quando i giovani poliziotti bianchi ci impedivano di circolare». Con queste parole il vescovo sudafricano Desmond Tutu, premio Nobel per la pace, descriveva la sua visita in Terrasanta.
Cittadini a metà, oggi un po’ lo siamo tutti, piace sentirsi così soprattutto a noi occidentali, piace per una sorta di cosmopolitismo modaiolo che ci ha abituati al viaggio e ci spinge a tollerare le nefandezze neocoloniali, salvo ritornare a reclamare un diritto pieno di cittadinanza quando sentiamo l’intrusione di chi ci appare diverso.

Diversi sono i cittadini che non esistono, che non hanno diritti, i senza patria, abitanti di città che non ci sono, bidonville, campi profughi, luoghi contesi, fino a giungere a uno dei territori più ricchi di storia e spiritualità del pianeta, la Palestina, un “paese che non esiste”.
Gerusalemme ovest è dal 23 Gennaio 1950, in contrasto con le risoluzioni dell’Onu, capitale dello stato d’Israele. Da Gerusalemme ovest si entra ufficialmente in un “paese che non esiste”, un luogo che non si può neanche nominare. Non si può dire in Israele, vado in Palestina, non si può dire vado in un posto che non c’è, pronunciare questa frase significa fare un’immediata scelta di campo, un secondo e si pensa a noi come sovversivi rischiando di essere accompagnati in un posto di polizia per accertamenti.
Ma la Palestina c’è, basta oltrepassare la Porta di Damasco ed ecco Gerusalemme est, l’altro da se, un’altra città, contesa strada per strada, casa per casa, pietra per pietra, colonizzata a macchia di leopardo come il paese al quale introduce, una serie di villaggi e terre ormai rinominati, spesso senza più storia, chiamati dal 1967 Territori Occupati, dicitura da un lato totalmente esaustiva, ma che non spiega nulla, territori che negli anni si restringono e si allargano come una fisarmonica includendo ed escludendo, uomini, donne, persone.
Uno dei drammi più forti per ogni individuo è la rottura traumatica di un legame profondissimo, quello con la terra, la propria terra. Ce ne dimentichiamo sempre quando guardiamo un immigrato, che pensiamo sbagliando, abbia comunque scelto, non pensiamo mai a cosa si è lasciato alle spalle, a ciò che racchiude nella sua memoria.
In Palestina si è cercato di cancellare un popolo con vari strumenti: dall’espulsioni di massa, alla disintegrazione di un legame sociale ancestrale costruito nei villaggi fulcro della società contadina, azione questa funzionale alla teoria, la dimostrazione antropologica attraverso la quale il progetto Sionista tenterà per decenni di negare l'esistenza stessa di una popolazione indigena non ebrea che vive sul territorio palestinese. Dimostrare ai palestinesi che parlano di qualcosa che non c’è, che loro non ci sono, è ciò che è successo nel “paese che non esiste”.
Nahalen sorge al posto di Maalud, il Kibbuts Gevat al posto di Gibata, Kfar Yehoshua al posto di Tel Shaman. Cancellare villaggi per cancellare memorie, cancellare villaggi per cancellare persone per distruggere cittadinanza.
Dalla propria terra si parte sempre per tornare, e cosi fecero i cittadini cancellati portando con se chiavi di casa, documenti catastali, cartelle delle tasse che accertavano la loro proprietà, che certificavano il loro esistere come cittadini. La speranza e il diritto contro la forza.
Le colonie diventano insediamenti che creano nuovi cittadini, i profughi rimangono tali, le famiglie si disgregano, la mobilità è impossibile nel “paese che non esiste” e così le persone si allontanano e piano piano ci si abitua a pensare lo status quo come permanente.
Anton mi racconta di sua nonna e io sono sensibile alle nonne, siamo a Bethlehem e sua nonna sta poco lontano, una manciata di chilometri più a sud verso Hebron, lui non può raggiungerla, gli servono tre mesi per avere un permesso da scambiare con una manciata di chilometri. Mi chiedo se non puoi raggiungerle le persone se esistono ancora, se esistono davvero. Tony si pulisce gli occhiali dai granelli di sabbia che arriva dal deserto della vicina Giordania, mi racconta dei suoi studi a Firenze, ha vent’anni, l’occidente gli piace, ma lui vuol essere cittadino qui, lui è cittadino del “paese che non esiste”.
Sono passati quasi 3 anni da quando sono stato in Palestina, nei territori occupati la così detta West Bank, quando erò la il così detto Muro difensivo Israeliano aveva già raggiunto circa 200km di lunghezza entrando già nei territori, Bethlehem dove facevamo base, aveva iniziato ad essere circondata da questi enormi tronconi di cemento armato fortificato alti fino a 9 metri. Adesso è completamente circondata, adesso questa cittadina stupenda ricca di cultura di convivenza, intrappola dentro di se come una cella d’isolamento le speranze di tanti ragazzi che nelle difficoltà di un conflitto vogliono riprendersi la loro vita.

Anton ora è a Ramallah, è ottimista e continua a studiare
Jacopo Landi